In una lunga intervista rilasciata a La Repubblica, Daniel Hackett (playmaker Virtus Segafredo Bologna) ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua lunga carriera: "A Mosca non sono più tornato, da quel terribile febbraio 2022. Mi piaceva la città, il suo ritmo lento, silenzioso, protettivo dell'anonimato. Poi, è chiaro, ero un giocatore del CSKA e certi benefit contano. La mattina che scoppiò la guerra eravamo a Monaco per giocare col Bayern. Guardavamo i TG, scendemmo alla riunione tecnica e tra i più scioccati ricordo Shved. Aveva genitori ucraini, non sarebbe sceso in campo. La TV tedesca non avrebbe trasmesso la partita. Al palazzo l'Eurolega ci comunicò che non si giocava. I tempi di Siena e Milano? Ero forte, si può dire decisivo. Giovane, pieno di energie. A Siena toccai il mio massimo. Mi formò nell'etica del lavoro, entrai con la testa giusta in un gruppo vincente, pronto ad assorbire cosa serviva per farlo. Accettai malvolentieri di andare a Milano, dove stappammo quello scudetto atteso da 18 anni. Se mi riguardo allo specchio confesso tanti errori, in campo e fuori, di poca maturità. Non mi pento di nulla: ho avuto tanto dal basket, toccato paesi diversi, indossato maglie blasonate, giocato per vincere in posti dov'erano abituati a farlo. Gli anni in Virtus? È il culmine del cammino. Un club glorioso e un posto dove il gioco lo conoscono, lo amano, lo discutono. Vinta l'Eurocup, entrati in Eurolega, uno scudetto lo vogliamo. È sempre mancato qualcosa, ma era poco e prima o poi lo troveremo. Intanto, ringrazio chi mi ha dato fiducia. Spero di ricambiare. Per quanto mi riguarda, la birra nelle gambe c'è. E c'è il fuoco dentro. Anzi, è tornato. Ho avuto un ultimo anno difficile, fisicamente orribile. A marzo 2024 un guaio alla cartilagine del ginocchio, non ero più io. Poi ci aggiunsi problemi miei. Il fuoco non era spento, ma affievolito. Ora lo sento riacceso, in una squadra che ha ritrovato stimoli, anche se ha preso belle sberle. Ho accettato di sfidare l'età. Ho fatto una battaglia con me stesso per non ascoltare nelle voci intorno questa falsa percezione che il mio tempo fosse passato. È stata lunga, ma ora voglio giocarmela con tutti. Poi, quando avrò chiuso, non mi vedo allenatore. Troppo complesso, e ho girovagato abbastanza per non vedermi finalmente fermo, a Pesaro, in famiglia, e magari in palestra a tirar su una squadra di ragazzini. Un po' come mio padre Rudy, che venne in Italia a giocare, poi ha allenato, oggi sta in pensione a Los Angeles, ma due consigli in campo va a darli ancora".