Un roster costruito male in estate e con pochi giocatori di personalità. Non sono bastate le prestazioni da MVP di Mirotic e l'energia - finché ne ha avuta - di un super LeDay
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Nella notte più nera dell'Eurolega 24/25 per l'Olimpia Milano l'immagine più forte arriva al minuto 33 della sfida contro Barcellona. Metà Forum si svuota, con l'Armani che, anziché riuscire a rimontare dal -11 di inizio ultimo quarto, si ritrova sotto di 20 sul 65-85. Sicuramente il fantasioso quintetto scelto da Ettore Messina per provare la scalata (Flaccadori, fin lì mai utilizzato, Bolmaro, Brooks, LeDay, Caruso) ha lasciato un pò tutti perplessi - con Mirotic e Shields seduti a guardare nei 3 minuti che hanno definitivamente indirizzato il match - ma ridurre a questo le ragioni del quasi certo bacio della morte sulla stagione europea di Milano sarebbe surreale.
EFFETTO PARTITA SENZA RITORNO
Milano ha confermato di soffrire quando è spalle al muro. Lo era a Torino contro Trento nella finale di Coppa Italia, così come nelle ultime 3 decisive partite di Eurolega con Paris, Real Madrid e Barcellona. Il comune denominatore è stato l'approccio: 4-13 con l'Aquila, 6-16 a Parigi, 3-12 a Madrid, 0-7 coi blaugrana. Non può essere un caso. È sintomo di mancanza di personalità, di voglia di aggredire le partite importanti, anzichè subirle come successo. "Abbiamo abbassato le braccia, è palese: purtroppo è così", ha detto coach Messina subito dopo il ko di ieri sera.
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LA COSTANTE: SOFFERENZA SUGLI ESTERNI
Punter, Brizuela, Sarr: 65 punti messi a referto dai 3 incubi della difesa milanese (difesa: non singoli giocatori, ma sistema difensivo), ancora una volta incapace di soffocare la vena realizzativa degli esterni avversari. Era successo anche a Madrid (Campazzo e Musa), Parigi (TJ Shorts, Lo, Herrera) e con Trento (Ellis, Ford). Anche qui di casuale c'è ben poco.
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SQUADRA COSTRUITA MALE
A meno di clamorosi miracoli, l'Eurolega di Milano finirà il prossimo 10 aprile nell'ultima gara della regular season con Baskonia. E per il terzo anno consecutivo l'EA7 avrà fallito l'obiettivo dichiarato di raggiungere la post season. Un flop che nasce dalle valutazioni estive in fase di costruzione del roster: i dubbi sulla coppia di playmaker Dimitrijevic-Bolmaro si sono presto trasformati in certezze, al punto da indurre il club a correre ai ripari dopo appena un mese e poco più di stagione. L'arrivo di Mannion ha migliorato le cose, ma l'ex Varese non ha le qualità, la leadership, la capacità di reggere la pressione e l'esperienza per tenere le mani sul volante di una squadra che punta ai playoff di Eurolega. A 24 anni ha margini per crescere - e crescerà perchè ha talento e voglia - ma oggi non è in grado di recitare il ruolo di attore protagonista. Il pacchetto esterni, al di là del concorso di colpa nel limitare i pari ruolo avversari, ha confermato le perplessità iniziali anche nell'altra metà del campo: il quartetto Mannion-Dimitrijevic-Bolmaro-Brooks produce una media di 7.7 punti a partita a testa (totale medio 30.8). Per fare un esempio: il Bayern Monaco - squadra costruita con obiettivi simili a quelli di Milano - col suo quartetto Weiler-Babb, Edwards, Napier, Obst viaggia a 12.3 (totale medio 49.2).
Le scelte - e le valutazioni - nel settore lunghi sono state condizionate dall'incredibile serie di infortuni (seri) di Josh Nebo. Il cambio McCormack-Gillespie va letto nell'ottica della speranza che il club aveva di poter contare sul centro ex Maccabi in tempi più rapidi di quello che sarebbe poi successo. Di fatto non è andata così e trovarsi col centro ripescato dalla Nuova Zelanda come prima scelta tra i lunghi duri e puri non è stato a posteriori un affarone.
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MIROTIC DA MVP E SUPER LEDAY NON SONO BASTATI
Difetti, non pochi, che sono stati a lungo mascherati dal rendimento di Nikola Mirotic e Zach LeDay, per distacco i due migliori giocatori dell'Olimpia Milano 24/25. Finchè la connection tra i due ha funzionato, Milano è stata in grado di proporre una pallacanestro redditizia e a tratti anche molto divertente da guardare. Raccogliendo pure diverse vittorie importanti. Questo però ha avuto un costo: appoggiarsi per tante partite - e parecchi minuti - sul duo di lunghi più atipico d'Europa ha inevitabilmente anticipato il logorìo fisico (e forse anche mentale) di entrambi. Qualche infortunio, da mettere in conto, del montenegrino e la netta flessione rispetto al rendimento clamoroso della prima parte di stagione per l'americano hanno privato l'EA7 della sua arma da fuoco più pericolosa. Proprio nel momento in cui sarebbe servita di più.
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